La Mandrakata, febbre da risate

Di :FABIO FERZETTI
ECCOLI qua. Sono tornati. Sono sempre loro. Qualcuno non c’è più, anche perché sono passati 26 anni e molti, da Adolfo Celi a Mario Carotenuto e allo stesso Steno, se ne sono andati sul serio. Ma Mandrake e er Pomata non sono cambiati di una virgola. Sempre pronti a giocarsi tutto all’ippodromo, tanto sono nati per sognare e per perdere, lo sanno bene (anzi, questa consapevolezza è una delle poche vere novità rispetto all’originale). Sempre capaci delle più incredibili “sòle” per racimolare qualcosa da puntare sui cavalli.

Dieci kg. di bistecche o la mazzetta di un funzionario, tutto fa brodo purché ci sia qualcosa da giocarsi. Perché senza brivido che vita è? Piccola epopea romanesca e plebea, variazione comica e affollata di figure irresistibili su un tema illustre come il dèmone del gioco, Febbre da cavallo di Steno suonava amabilmente datato nei modi e nelle tipologie umane già nel ’76, figuriamoci il suo seguito girato oggi. Eppure, anzi forse proprio per questo, La mandrakata è uno dei migliori film dei Vanzina, uno dei più coerenti e fedeli a un’idea di cinema forse tramontata ma senz’altro gloriosa. Un cinema “popolare” non per vocazione commerciale ma per natura, perché fatto di voci, di volti, di battute, di umori popolari. Un cinema da tempo spiazzato e messo fuori gioco dalla televisione, coi suoi tempi infinitamente più rapidi, ma che oggi si prende una rivincita. Perché se la tv ormai copia se stessa e genera personaggi che sembrano nati per finire sul piccolo schermo, il cinema può ancora permettersi un certo lavoro sui modelli, sulla memoria, sull’interpretazione. Difatti Febbre da cavallo – La mandrakata è anche una grande occasione per attori a cui il cinema, specie ultimamente, ha dato poco. In testa Luigi Proietti, Nancy Brilli ed Enrico Montesano, mai così sfrenati, mai così affiatati (c’è perfino una breve parentesi quasi sentimentale fra la Brilli e Proietti). Il resto lo fanno il fregolismo di Proietti; l’accorto dosaggio di rimandi all’originale (scene, musiche, facce, situazioni), per la gioia dei fans; il divertimento gaglioffo, quasi infantile, che trasuda dal gioco continuo dei travestimenti, accentuato dalla crudeltà ostentata e tutta romana delle battute (vittima designata il napoletano Carlo Buccirosso, erede di Peppino). A metterla giù pesante si potrebbe anche notare che mentre registi di tutto il mondo rifanno il grande cinema di una volta – da Pleasantville a 8 donne, da L’uomo che non c’era a Far From Heaven – anche i Vanzina in fondo resuscitano il passato. In questo senso la scena chiave è senz’altro la riapparizione del Pomata sulla sua stessa tomba, come fosse un fantasma. Ma non esageriamo in “letture”, La mandrakata è e vuol essere un film che si vede con la pancia.

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