Febbre da cavallo” da Steno ai Vanzina

Di :Raffaele Lisco
Nel 1976 Steno realizza Febbre da cavallo, la storia di tre giovani amici (l’indossatore Mandrake, il disocpato Pomata e il guardiamacchine Felice), travolti dalla passione delle scommesse sui cavalli, si mettono in società per cercare di vincere e cambiare la loro vita. I tre imbroglioni, con l’aiuto dell’avvocato De Marchi ideano una truffa per il Gran Premio, ma vengono scoperti e processati da un giudice anche lui giocatore. In questo film viene rappresentata la febbre del gioco made in Italy, in una Roma fumettistica. Una Roma che fa da sfondo a numerose figure, che descrivono il modo di vivere della società contemporanea. Il film si apre come un racconto,nel quale gli avvenimenti vengono spiegati da Mandrake. Il tema principale del film è la febbre del gioco. La febbre del gioco è un elemento caratteristico dell’italiano, che sogna il montepremi per poter realizzare il suo sogno. Si ha in questo film una sorta di rappresentazione “esasperata” della realtà, con i suoi pregi e difetti, riflessi in tutti i personaggi che la compongono.

Abbiamo così una commedia di costume, che rispecchia formalmente quelle che sono le manie italiane, accentuandole con il grottesco. Steno è un grande esperto del cinema comico italiano :sono da ricordare le sue numerose pellicole, che hanno in qualche modo creato quel punto di unione tra la prima fase e la nuova fase della commedia all’italiana. Per quanto riguarda il tema trattato riferita alla prima fase, ai vecchi soggetti di piccoli imbroglioni o maniaci del gioco o della truffa, nuova per come viene trattato il tema. Per quanto riguarda il primo tipo, abbiamo numerosi tratti che segnano la comicità made in Italy, come ad esempio l’ambientazione, i personaggi ecc. I personaggi sono un elemento chiave del film, ed attraverso questi riescono a tracciare i tratti di una Roma composta da soggetti bizzarri. Mandrake, protagonista del film, è la figura simbolo dell’Italia. Nella vita fa l’indossatore, ma passa le giornate a progettare sistemi per vincere alle corse dei cavalli, ma nonostante questa mania cerca di sfondare nel mondo del cinema. Altra particolarità del personaggio è spiegata dai suoi rapporti con la compagna, poiché non riesce a fare l’amore se perde ai cavalli. Si ha qui il tratto di un italiano, che non ha più come ideale la bella di turno, ma il montepremi in palio. La nuova commedia all’italiana viene identificata, invece, con l’inserimento dei nuovi comici, e quindi di una comicità di nuovo tipo, più legata ai ritmi televisivi. Sono proprio i nuovi comici a far da mediatori per dar vita ad una serie di situazioni e di gag comiche. Il film vanta un grande cast di attori come Proietti, Montesano, Carotenuto, Spaak e Celi. Proietti qui si esibisce in veri e propri numeri comici. Usa la sua maschera per ingannare le persone. In seguito ad uno spot televisivo, andato male, Mandrake indossa la divisa di un vigile urbano, così la usa per procurarsi i soldi che gli servono per giocare ai cavalli. La prossima truffa verrà eseguita con il suo fedele compagno Pomata, interpretato da Montesano. I due prendono di mira il loro nemico numero uno “Manzotin”, un macellaio che loro definiscono burino. Qui riusciamo a notare come l’italiano riesca a far emergere più personalità nel mondo stesso di cui fa parte, come gioca il travestimento e la pluralità della maschera. In questa truffa troviamo Montesano nei panni di un conte e Proietti in quelli del suo servo. Notiamo qui come l’Italia rispecchi ancora quella differenza di classi sociali. Una scena che può essere intesa in un vero e proprio senso politico, come una critica all’alta borghesia che si fa beffe delle povere persone. Ma il destino è beffardo, e un giorno la compagna di Mandrake sogna una tris, ossia la vittoria di tre cavalli. Chiede proprio a Mandrake di giocare la scommessa, ma quest’ultimo preferisce scommettere su un altro cavallo, che, come da tradizione della commedia all’italiana, perde. Così nasce il grande problema di Mandrake, ossia trovare i soldi per far credere alla compagna che lui effettivamente ha vinto al gioco. Ecco che nasce la “supermandrakata”, ossia rapire il fantino francese che gareggia con la cavalla favorita alla vittoria, e correre al posto suo. Per far questo bisogna ricorrere ai travestimenti dell’estroso Proietti. Questa volta indossa i panni del fantino francese, dando vita a gag memorabili. Infatti Mandrake parla un francese, che per di più sembra al dialetto pugliese. In queste sequenze si ha una vera e propria fotografia dell’Italia, con i suoi mille dialetti e le sue mille facce. Ha inizio la corsa, ma nulla va secondo i piani, perché Mandrake non si ferma e vince ugualmente la corsa mandando a monte l’intera truffa. Finale che sa un po’ di follia, ma che segna come afferma lo stesso Mandrake ‹‹ una vittoria dopo un’intera vita in cui perdevo sempre, l’irrefrenabile impulso dell’inconscio ››. Affermazione che avviene in un’aula di tribunale, dove è in corso la loro causa, dando vita ad un vero e proprio teatrino dove troviamo molti personaggi che riassumono la realtà contemporanea. Per quanto possa essere un truffatore, Mandrake spiega profondamente chi è il giocatore di cavalli: ‹‹ chi gioca ai cavalli è un frullato di roba. È un minorato, un incosciente, un ragazzino, un dritto e un fregnone, un milionario anche se non ha una lira, e uno che non ci ha una lira un milionario,un fanatico, un credulone, un bugiardo, un pollo, uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, uno che impiccia, traffica e imbroglia, more, azzarda, spera e rimore. Tutto per poter dire ho vinto, ho fregato a tutti ››. In questo monologo Mandrake spiega davvero la figura del giocatore italiano, ma analizzando il tutto si riesce ad intuire come la figura tracciata dal giocatore, sia un po’ un riflesso dell’italiano, il quale tenta di tutto pur di soddisfare le sue ambizioni. Il vero colpo di scena del film è il personaggio del giudice, interpretato dal grande Adolfo Celi. Questo personaggio che dovrebbe rappresentare la legge, in realtà è un grande giocatore delle corse dei cavalli, e giudica innocente la povera banda di truffatori. Il film si conclude con quest’ultimo unito al gruppo, pronti per un’altra scommessa ai cavalli. La prossima scommessa verrà progettata nel 2002, dove al timone della regia troviamo Carlo Vanzina, figlio di Steno. Il film prende spunto da quello realizzato dal padre. Il protagonista è di nuovo Bruno Fioretti, in arte Mandrake interpretato da Gigi Proietti. Il resto della banda è cambiato, e questa volta è composta da Micione e l’Ingegnere. Il primo interpretato da Rodolfo Laganà, il secondo da Andrea Ascolese. Il film è pieno di riferimenti al primo capitolo, già dall’inizio risalta l’essere mascalzone di Mandrake che truffa ai danni di una coppia di veneti in luna di miele a Roma. In seguito il vigile, per spiegare ai malcapitati sposini cos’è accaduto esclama “vi hanno solato, benvenuti a Roma”. Questa frase ricopre in qualche modo lo sguardo dei Vanzina, la loro intenzione nel rappresentare la realtà. Mandrake è cresciuto, ancora sognatore incallito fa di tutto per entrare nel mondo dello spettacolo televisivo, nella fiction, e qui incontra la sua vecchia amica Aurelia. Il personaggio di Aurelia fa da spalla alla maschera di Mandrake. Il film inizia subito con un gran ritmo e un gran numero di personaggi che compongono Roma come una città-mosaico, corale. Un altro personaggio importante è interpretato dal simpatico, qe ui in gran forma, Carlo Buccirosso. E ‘Antonio Faiella, un napoletano che per motivi edili deve consegnare una mazzetta ad un uomo importante, il dott. Miccolis. Quale migliore occasione per dar vita al camaleontismo di Mandrake? Subito dopo essere stato distratto da Aurelia nei panni di una brasiliana, il dott. Miccolis viene sostituito proprio dal giocatore di cavalli. Grande interpretazione di Proietti che passa dal dialetto romano a quello pugliese, truffando il povero napoletano. Qui si mette in luce, come spesso nei Vanzina, una caratteristica fondamentale italiana, la varietà dei dialetti, e il loro valore di comunicazione sociale. I Vanzina concentrano in questa scena quelli che sono i caratteri dell’italiano, affidando al grande Proietti il compito di interpretarli e a Buccirosso il ruolo del truffato. Scena dalla doppia importanza tematica: una di queste tematiche è la corruzione made in Italy, l’altra è una vera e propria fotografia dell’Italia come patria dell’arte di arrangiarsi che sa di critica verso la società. Il primo punto è molto ricorrente nel cinema italiano, i Vanzina essendo figli di uno dei padri della commedia all’italiana, portano avanti quel tipo di intreccio che attraverso la comicità e l’equivoco, racconta il lato oscuro di una società. Per quanto riguarda il secondo punto, si viene a ricreare quello sguardo dolcemente graffiante sulla società che ci circonda dove colui che ha il potere si fa corrompere per autorizzare qualcosa, e si mettono in atto una serie dei raggiri per farla comunque franca. Oltre a Miccolis il povero truffato è Antonio Faiella, che convinto di riavere i suoi soldi decide di entrare nella società di Mandrake. Per finanziare il loro colpo, Faiella ipoteca la sua casa fingendosi marito di Aurelia. Ma anche questo colpo va male, grazie ad un altro personaggio il “cozzaro nero”, uno strozzino che avanza soldi dalla povera banda. Visto lo scarso risultato Mandrake, preso dalla delusione va al cimitero a far visita al suo vecchio amico Pomata ( e qui nel film i Vanzina inseriscono la nota patetica e crepuscolare, una malinconia venata di comico che poi sfocia nello sberleffo grottesco ), quest’ultimo ha architettato un finto funerale per sfuggire ai creditori. Attraverso queste spiegazioni il film si rifà al primo episodio, tracciando quella continuità del racconto con la pellicola diretta da Steno. Non avendo neanche un soldo, i due architettano un’altra truffa, questa volta verso il figlio del loro storico nemico “Manzotin”. Questo personaggio rappresenta un altro punto d’unione tra il primo e il secondo film. La truffa ha inizio con l’arrivo di una finta lettera in cui c’è scritto che deve ricevere un’eredità dall’Australia, la lettera viene interpretata da Pomata nelle vesti di un americano trapiantato a Roma. Qui, manifestandosi lo stile “citazionista” dei Vanzina, si ha un’altra citazione dei film di Steno , il mitico Un americano a Roma con Alberto Sordi, una citazione un po’ forzata che da il gusto di un vero e proprio gioco di ruoli. Ma i riferimenti che rimandano al primo film non sono finiti, e i Vanzina costruiscono una scena che è quasi interamente ricalcata sul film originale. Questa volta il mal capitato Manzotin, deve portare la parcella ad un notaio il quale è interpretato da Montesano e il segretario da Proietti. Ma il trucco non riesce e Mandrake, furbo e astuto, decide di vendicarsi col “cozzaro nero”. In questa truffa Mandrake si improvvisa nel parlare il milanese e riesce ad ottenere quello che vuole, così riesce a effettuare uno scambio con i cavalli facendo vincere il suo favorito. Come il colpo del primo film, anche questo non va come sperato. Ed ecco che nel momento della premiazione, vengono risolti tutti gli intrighi e i misteri. Così una volta premiato, Mandrake rinuncia alla somma di denaro ma non molla il trofeo perché continua il sogno della sua vita, quello di vincere qualcosa. Ancora una volta l’animo italiano che nonostante l’umiliazione non rinuncia mai a quello che a lui più caro, le ambizioni, i sogni. L’ultima scena del film è un espresso richiamo del primo film, la banda sta viaggiando priva di biglietto ferroviario e incontra Pomata. Rimasti a secco decidono di scommettere il bracciale di Aurelia sul nipote del cavallo Soldatino, che nel primo film aveva fatto vincere una grossa somma di denaro alla compagna di Mandrake. Durante la fuga dal treno Mandrake e Pomata si fermano e si guardano negli occhi mostrando un cenno di intesa, investire quel bracciale sul gioco delle tre carte. Ma la fortuna non è dalla loro parte e così perdono anche l’ultima opportunità di giocare alle corse dei cavalli. Stessa e identica scena che abbiamo visto nel primo capitolo, qui però come scena finale. La vera potenza che presentano i due “Febbre da cavallo” è quella di servire una comicità popolare. Popolare nel senso che appartiene al popolo, racconta il popolo. Un grande sguardo è dedicato alle corse dei cavalli, dove la gente si illude per quei pochi minuti di gara nello sperare in un grande risultato. Rispetto al primo episodio, la pellicola girata da Carlo ed Enrico è diversa nei modi di approccio al gioco dei cavalli. Nell’76 avevamo il giornale che ti permetteva di studiare le mosse giuste, ma questa volta abbiamo Internet. Il personaggio di Proietti, alias Mandrake, questa volta è cambiato. Mentre nel primo capitolo aspirava a diventare un attore di spot pubblicitari, nel secondo lo ritroviamo un attore con l’intento di sfondare nel mondo della fiction, come se la tv con le sue produzioni avesse un po’ spazzato i destini del cinema. Molti film ormai hanno le caratteristiche di una vera e propria fiction, incorporando schema drammaturgico del film in se stesso, ma i Vanzina sono consci di questo mutamento e ne fanno quasi il tema del film, che si inquadra quindi in una sorta di “metacinema” dentro cui spesso, anche attraverso l’uso della citazione del vecchio cinema e del rapporto con la televisione, si risolve il cinema dei due fratelli. La continuità del secondo film, rispetto al primo è riscontrata poi nella musica di Bixio – Frizzi – Tempera, che con la loro simpatica e spumeggiante colonna sonora mettono sullo stesso livello temporale due pellicole così distanti. Distanti, ma non troppo. La comicità è la stessa, anche se sono cambiati i tempi, i Vanzina vogliono riproporre sullo schermo quella che era la comicità di quei mitici anni che hanno segnato il cinema comico, ma con la coscienza della citazione e dei contesti mutati. Nei due film abbiamo un bel gioco di maschere. Le maschere di Proietti e Montesano riescono a dar vita ad uno splendido teatrino tutto guidato dall’Italia polimorfa dei dialetti. Assistiamo ad un vero e proprio ritorno alla commedia dell’arte, dove le maschere erano contenitori di tipi sociali. Qui i due mattatori usano la stessa maschera per interpretare diversi ruoli, le cui caratteristiche si confondono con il loro proprio modo di agire nella loro quotidianità. Così facendo si viene a creare una rottura col mondo contemporaneo, poiché i due indossando metaforicamente le maschere spezzano il tempo dell’azione per dar vita al tempo delle “messa in scena”. Una sorta di finzione tipicamente pirandelliana, la finzione come oggetto della finzione stessa. In ciò sta il gioco metacinematografico dei Vanzina. Come nel primo film si parla il dialetto pugliese e siciliano, in quello del 2002 si hanno diversi modi di parlare, un modo “poliglotto” che mescola il linguaggio in una specie di “grammelot” che varia dall’inglese al napoletano e dal milanese al pugliese. Un’Italia che attraverso proprio la diversità, l’abito di arlecchino” delle lingue e dei travestimenti, viene unita dal cinema dei fratelli Vanzina, che vengono così a tracciare la vera Nazione caratterizzata da un plurilinguismo regionale. Queste regioni sono ben identificate dai numerosi caratteri e tipi sociali che ricorrono nel cinema dei due fratelli. Uno dei caratteri del film è interpretato da Buccirosso, il quale rappresenta il napoletano che viene imbrogliato, una sorta di realtà che ribalta alla rovescia il luogo comune, e che viene messa in evidenza grazie al simpatico attore napoletano. Così abbiamo anche una sorta di tipi che sono da sempre contenuti nella tradizionale commedia all’italiana, come il dottor Miccolis, il “cozzaro nero”, “Manzotin”, tutti tipi che fanno parte di una società e insieme di una finzione come la tradizione del cinema comico italiano. La storia dei due capitoli è ambientata a Roma, come se gli autori volessero in qualche modo raccontare quello che succede nella loro realtà, nel loro ambiente quotidiano. Questa febbre da cavallo è vista come un qualcosa di giustificato, di moralmente profondo, come se l’italiano avesse bisogno di spiegare un qualcosa che è dentro di se e lo facesse raccontando i suoi desideri e i suoi progetti. Ancora il tema degli equivoci è molto di casa in queste due pellicole che regalano una girandola di gag e situazioni comiche che spiazzano lo spettatore portandolo in un dimensione dell’assurdo. Da qui tracciamo un’altra caratteristica del cinema vanziniano, ossia quella del comico demenziale, surreale e assurdo. Da sempre le battute fuori luogo, nel momento meno aspettato, hanno suscitato grande intensità comica . Nel secondo film lo ritroviamo nella scena in cui Faiella racconta al suo principale la disavventura che ha vissuto a Roma, anche perché è una città dove possiamo trovare diversi tipi provenienti da tutta la penisola. Notiamo come un ripetere di battute dia inizio al divertente dialogo in cui si confondono i ruoli delle due figure. Altro elemento principale sono i comici di riempimento, se così possiamo chiamarli, i quali sono identificati da veri e propri personaggi che spiegano il modo di vivere quotidiano. Nel primo abbiamo il guardiamacchine Felice, interpretato da Francesco de Rosa. NEl secondo i comici sono due Laganà e Ascolese, che permettono a Proietti di lanciarsi a ruota libera in una esibizione senza precedenti. Come il primo film, la seconda pellicola lascia un finale sospeso. Chissà se i Vanzina hanno ancora intenzione di continuare la saga, dopo l’ottimo “sequel” di quello che ormai è diventato un “cult” comico del cinema italiano. La domanda che tutti si pongono è: perché questi film definiti “trash”, vengono considerati “cult”, ossia oggetto di culto cinefilo? È difficile dare una risposta, ma credo perché queste pellicole diano la possibilità di dare un’occhiata al mondo di quegli anni, e il potere nostalgico di chi allora ha vissuto in quel teatrino, fa si che si formi un’aura mitica intorno a quel successo comico, e questo clima è proprio quello in cui i Vanzina calano il loro film che è una specie di “cult su un cult

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