A distanza di ventisei anni i fratelli Vanzina provano a ripercorrere la strada tracciata dal padre.

Di :PAOLO D’AGOSTINI
Nel ’76 Stefano Vanzina in arte Steno realizzò uno dei suoi 60 film comici: Febbre da cavallo. Il regista di Totò cerca casa e di Un americano a Roma, l’inventore di Piedone e del filone poliziottesco, non immaginava di aver creato un fenomeno di culto che sarebbe cresciuto a dismisura, con proliferare di siti e fan club.

Era la storia di due compari di scommesse alle corse e di stratagemmi quasi mai puliti per rimediare i soldi necessari a giocare. Gigi Proietti ed Enrico Montesano erano, rispettivamente, Mandrake e Er Pomata. Intorno tanti formidabili comprimari, che non ci sono più, da Adolfo Celi a Mario Carotenuto. Un’irriconoscibile Catherine Spaak. E una musichetta che i seguaci del culto tengono nella considerazione di un inno. I figli di Steno, Carlo ed Enrico Vanzina, hanno fiutato l’aria e benedetto nuove liturgie: la pubblicazione della sceneggiatura presentata in un’aula universitaria, nientemeno, due settimane fa. E si sono decisi a dire “sì” al remake. Dopo una serie negativa (tra South Kensington e Il cielo in una stanza) che ha oscurato le Vacanze di Natale, gli A spasso nel tempo, gli SPQR e l’interminabile sequenza di blockbuster di questi Mida del nostro cinema. Da una settimana il fratello regista, Carlo, è sul set di Febbre da cavallo – La mandrakata. Non un rifacimento letterale, al centro uno solo dei due eroi. E intorno nuovi personaggi affidati a Nancy Brilli, Rodolfo Laganà, Carlo Buccirosso. Tranquilli: la vecchia coppia si riforma, anche se Montesano farà solo una partecipazione. E non è escluso che la Mandrakata preluda a una Pomatata. ROMA – Enrico: “Febbre da cavallo è l’esempio perfetto della casualità che sta dietro un successo. Fu un film qualunque. Doveva farlo Nanni Loy, poi lo passarono a papà. Ebbe un discreto successo ma niente di che. Fu dopo che misteriosamente diventò un cult”. Tanti ragazzi lo sanno a memoria. Carlo: “E tanti dicono: quando sto depresso metto la cassetta”. Enrico: “Anni fa a Milano un tassista mi riconobbe come figlio del regista di Febbre da cavallo. Arrivati all’albergo mi dice: “Lei non pagherà mai sul mio taxi””. Un perché di questo seguito ve lo sarete dato… Carlo: “La semplicità, che era routine per papà. Il suo scopo era far ridere, senza altre ambizioni”. Enrico: “Arriva in quel momento degli anni 70 in cui il cinema italiano si stacca dalla realtà. Riportava alle origini della vera commedia, dove c’è l’italiano che deve inventarsi la vita”. Carlo: “Un sacco di volte ci hanno chiesto: perché non lo rifate? Dopo aver tentato senza successo di uscire dal cliché dei “film di Natale”, ci siamo convinti. Il pubblico, con noi, vuole ridere”. Enrico: “Ha una storia, il progetto. Sarà finanziato al 50 per cento dalla Warner, 25 da noi e 25 da Ariè (“Solaris”, produttrice del Maresciallo Rocca). Lui ce lo ha proposto. Mi cercò per vendergli i diritti, doveva dirigerlo Franco Amurri quattro anni fa. Poi non l’ha fatto ed eccoci qua noi. E’ davvero una scelta chiamata dal pubblico”. La prima domanda che tutti si faranno: perché non Proietti e Montesano alla pari, come allora? Carlo: “Mandrake è il fulcro della storia, dalla quale però Montesano-Pomata non sarà assente. Se andrà bene potrebbe venire poi un’altra storia centrata sul Pomata e con la “partecipazione” di Mandrake. Non vogliamo fare una cosa nostalgica, alla “I soliti ignoti vent’anni dopo””. Enrico: “Oggi i film italiani non hanno quasi mai un’identità. Non sai mai che cosa aspettarti, se un film è comico o è drammatico. Qui si capirà già dal manifesto”. E’ un po’ che i vostri film sono insuccessi. Enrico: “Quando un film non va bene ci resti male ma devi capire dov’è l’errore”. Carlo: “Tutti si sentono geni incompresi, e invece no. Certo, ci sono le ragioni ma c’è anche la fortuna: e i nostri successi enormi sono stati anche sproporzionati ai meriti. Si dice “la ditta Vanzina”, ma non è vero che andiamo sempre sul sicuro. Facciamo il nostro mestiere, e i nostri sbagli”. E’ in questo senso del limite l’eredità paterna? Carlo: “E’ un mestiere in cui il caso ha una grande parte. Papà non ha mai perso la lucidità, anche se in certi momenti è andata molto giù la sua carriera, quando faceva Arriva Dorellik o La feldmarescialla”. Avete mai pensato di rifare Un americano a Roma? Enrico: “E’ intoccabile. Però ci interessa verificare se la commedia storica fa ancora presa. Un modello di new comedy all’italiana non è stato ancora inventato”. Riguarda voi ma anche chi si chiama De Sica o Risi, Comencini o Tognazzi. Essere figli di padri famosi è un problema? Carlo: “Papà non era De Sica. Non era un mito, era un professionista”. Enrico: “Quest’anno ho fatto parte della giuria di Sanremo. Ho visto i figli di Celentano e Morandi davanti a quella platea impietosa. Lì sì che è tosta”. Carlo: “Ma se fai un lavoro dietro le quinte è più facile. Non devi dimostrare che sei un genio”. I Vanzina sono di destra? Enrico: “Siamo indipendenti”. Carlo: “Siamo stati penalizzati”. Enrico: “Ma non ci importa. Nell’84 abbiamo cominciato a lavorare con Mediaset. Un’esclusiva che è durata molti anni. Solo per fedeltà alle persone”. Carlo: “Sempre godendo di grande libertà. Ma riconosciamo che la destra non ha mai fatto niente per il cinema, mentre la sinistra lo ha difeso. Nostro padre era un liberale malagodiano. Non aveva simpatia per la Dc, tantomeno per i fascisti…”. Enrico: “E neanche per i comunisti”. Carlo: “Siamo cresciuti in un mondo borghese. E, senza schierarci mai, ci hanno etichettati come di destra. I film di successo sono stati sempre messi alla berlina da quelli che Gigi Magni chiama “intellettuali forforosi”. Ma per il sindaco ho votato Veltroni anche se lui è comunista e io no. Del resto qual è ormai la differenza?”. Enrico: “La nostra comicità non è riuscita ad essere feroce come negli anni 60, ma non siamo i cantori di quel mondo di yuppies che anzi abbiamo preso in giro”. Berlusconi non vi ispira come soggetto? Enrico: “Sono contro la demonizzazione. E’ vero che rappresenta un’anomalia, ma anche per l’intelligenza e non solo per il conflitto di interessi”. Carlo: “Però è sceso in campo per salvare i propri interessi”. Enrico: “Ma demonizzarlo serve alla sinistra a riempire le proprie falle. Dovrebbero fare come noi quando un film va male: non prendersela con qualcun altro ma capire dov’è l’errore”. Fonte: La Rpubblica (18 giugno 2002)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...